Nella chiesa di oggi capita spesso di imbattersi in una sorta di “ansia” di fronte al (triste) spettacolo di un mondo sempre meno cristiano. Da qui una serie di considerazioni da ragionieri, per esempio sul numero dei partecipanti alla messa (in costante calo), o sulla crisi delle vocazioni (idem), o magari, quando va bene, sul successo che una certa iniziativa riscuote in termini di partecipazione.
Nel vangelo di questa domenica Gesù ci indica un’altra direzione. Usa come sempre delle immagini che colpiscano la nostra immaginazione e ci facciano quasi “vedere” chi e cosa dobbiamo essere nel mondo di oggi. Il Signore parla di noi come del sale della terra, città posta sul monte, luce che illumina un ambiente altrimenti immerso nelle tenebre. Sono metafore che sembrano quasi suggerire che il destino dei cristiani nel mondo è quello di essere una realtà limitata da un punto di vista numerico, piccola, per niente egemonica. E allo stesso tempo realtà di un’importanza vitale per la felicità del mondo, segno e strumento di speranza per tutto il genere umano, inizio di un’umanità nuova a cui tutti possono guardare. Se invece diventiamo come il sale che perde sapore o come una lampada che viene messa sotto il moggio siamo insignificanti e inutili.
La prima lettura ci indica la cosa più importante per essere ciò che dobbiamo essere: la carità, cioè un dono di sé pieno di commozione per chiunque incontriamo, specialmente per chi più è nel bisogno. Solo la carità rende davvero presente la vita stessa di Dio e fa intravedere il mondo nuovo che Cristo è venuto a portare.
Don Davide
Che tipo di persona vogliamo essere? È una domanda che ci deve accompagnare e mettere in crisi, sempre. È importante poter dire chi si vuole essere e chi non si vuole essere. Gesù ha la pretesa di dirci chi e come dobbiamo essere se vogliamo essere davvero felici.
In vangelo delle beatitudini ci parla di questo, mostrandoci un modo di pensare e di vivere diverso dal solito, per molti versi opposto. Vi si dice che per essere felici qui sulla terra bisogna essere poveri di spirito, umili, miti, misericordiosi puri di cuore, operatori di pace ecc., perché Dio è vicino a queste persone e opera cose “impossibili” nelle loro vite. La nostra tentazione può essere quella di pensare che si tratti di un ideale altissimo ma irrealizzabile, oppure che sia una cosa per pochi, chiamati magari ad una certa vocazione. Bisogna avere il coraggio di dire che le beatitudini riguardano tutti i cristiani e richiedono un cambiamento di mentalità e di vita.
Le beatitudini ci insegnano soprattutto che la nostra speranza la dobbiamo riporre solo in Dio. È lui che compie la nostra vita, è lui che può portare una luce che ci salva da tutto il male. Sperare in lui è la strada per la felicità.
È una pagina che ci parla anche del dono di sé come “segreto” della vera beatitudine. L’unico modo per avere veramente la vita è donarla, ognuno secondo la propria strada, diversa per ciascuno. È un cambiamento di mentalità che conduce a una prassi differente, un modo di essere che segue le orme di Gesù, che “non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto per tutti”.
Don Davide
«Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino». Non sono solo parole pronunciate duemila anni fa. È un annuncio che attraversa la storia e arriva oggi nella mia e nella tua vita.
Dire che il Regno dei cieli è vicino significa che è vicina a noi una novità che salva, che porta redenzione cioè riscatta le nostre vite altrimenti perdute. La parola “vicino” può indicare sia un evento imminente, che sta per accadere, sia qualcosa che ci sta accanto e che perciò, proprio perché prossimo, è sperimentabile direttamente da noi.
Per parlare del Regno dei cieli Gesù usa delle immagini o delle parabole che ci aiutano a entrare con l’immaginazione in questa novità di vita. Immagini e parabole che ci fanno quasi “vedere” questo Regno di Dio. La liturgia di questa domenica usa l’immagine molto bella ed efficace di un popolo che abita nelle tenebre e nell’ombra di morte. Insomma, gente senza speranza e condannata a una vita di infelicità. A un certo punto, per queste persone sorge una luce, un evento imprevedibile che capovolge il loro destino e gli restituisce la possibilità di una vita davvero degna di questo nome. Si apre per loro, inaspettatamente, una strada da percorrere, una strada di speranza e di risurrezione.
Per noi la fede è stata ed è questa esperienza di redenzione e di rinascita? Nella nostra vita, spesso immersa nelle tenebre e nell’ombra di morte, riconosciamo una novità che, senza alcun merito da parte nostra, porta luce, speranza e redenzione nelle nostre vite e nella vita del mondo?
Don Davide